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 Oggetto del messaggio: Buon compleanno "Popolo d'Italia"
Nuovo messaggioInviato: mercoledì 6 gennaio 2010, 12:20 
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Iscritto il: domenica 26 aprile 2009, 1:52
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Buon compleanno "Popolo d'Italia"

di Giacomo Ciarcia

Novantacinque anni del nostro giornale. Novantacinque anni fa, il 15 novembre 1914 usciva il primo numero de “Il Popolo d’Italia”. Fondato da Benito Mussolini all’indomani delle sue dimissioni dall’organo del PSI “Avanti”, seguite dalla sua espulsione dal partito socialista, il giornale sorto come voce “eretica” della sinistra interventista, assunse da subito una posizione social-nazionale in contrasto tanto con i vertici del socialismo “ortodosso” staticamente fermi (in nome di un sedicente internazionalismo proletario) sull’ottusa via della neutralità assoluta; quanto con il “panciafichismo” borghese e pure neutrale della destra liberale e conservatrice. D’altronde le ragioni assunte dal Partito Socialista Italiano nel tema della guerra, furono proprio le stesse che portarono all’espulsione dal partito del carismatico e popolarissimo leader socialista Benito Mussolini, a seguito di un lungo suo intervento pubblicato sull’ “Avanti” del 18 ottobre 1914 (l’ultimo numero sotto la sua direzione) dal titolo: “Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante”, che bastò a caricare le ire della maggioranza del partito, fedele allo sterile principio del neutralismo assoluto.
“…Voi mi odiate, perché mi amate ancora…” furono le ultime parole di un Mussolini focoso ed indispettito di fronte al cinismo ed alla intolleranza (tipica delle formazioni marxiste); assunta da quei suoi ex compagni, che come fosse diventato d’un balzo il peggiore dei criminali, invocavano ad alte grida la sua espulsione, se non la sua testa.
E poi ancora:“…Voi siete più severi dei giudici borghesi, i quali lasciano almeno il diritto alla difesa; alla difesa più ampia, la più esauriente, anche dopo la sentenza….non crediate che strappandomi la tessera, mi interdirete la fede socialista, m’impedirete di lavorare ancora per la causa del socialismo e della rivoluzione..”; manterrà la sua promessa.
Da quel momento infatti si chiudeva la sua avventura di vecchio "trombone” del socialismo ufficiale; mentre l’alba del nuovo secolo salutava già l’avvento di quel socialismo nazionale che partendo dal pensiero e dall’opera di Mazzini, di Garibaldi, di Pisacane, risuonava presente nell’interventismo di sinistra e rivoluzionario della Grande Guerra, per approdare infine in quel ventennio mussoliniano ormai prossimo a venire.
Del resto le parole di un Mussolini certamente irrequieto per la recentissima espulsione, ma anche fiero di rivincita e di riscossa , espresse alla vigilia della fondazione del suo quotidiano non nascosero il nuovo indirizzo politico da lui appreso, e soprattutto il nuovo percorso che avrebbe intrapreso l’Italia del primo dopoguerra: “Io mi domando se l’internazionalismo sia un elemento necessario alla nozione di socialismo.
La critica socialista di domani potrebbe anche esercitarsi a trovare una forza d’equilibrio fra la nazione e la classe.” Parole ferme decise, ma anche parole piene di coerenza e di amore. Nessuno allora, men che meno lo stesso futuro Duce che aveva pronunciato queste parole con orgoglio in una sua intervista rilasciata alla rivista “La Patria” ed al “Il Resto del Carlino” alla vigilia della nascita de “Il Popolo d’Italia”, si sarebbe mai
aspettato, che tale opera e pensiero venisse realizzato proprio per conto del suo profeta. A costui la storia doveva ancora molto nel 1914.
Ma a parte questa parentesi che poteva sembrare a molti “idilliaca”; sicuramente (e qui arriva il punto) la nuova pagina politica mussoliniana , trova battesimo attraverso la fondazione de“Il Popolo d’Italia”.
A racchiudersi attorno a tale giornale ed al suo direttore, fu indubbiamente una massa di uomini politici-liberi, che pur partendo da eterogenee e pure diverse correnti filosofiche; nel pensiero della guerra rivoluzionaria per la realizzazione del socialismo nazionale trovarono infine sintonia e unità di intenti.
Sindacalisti rivoluzionari come Filippo Corridoni, Alceste De Ambris e Ottavio Dinale; futuristi come Filippo Tommaso Marinetti; socialisti interventisti come Bissolati, irredentisti come Cesare Battisti, anarcosindacalismi come Pulvio Zocchi, e molti altri, si amalgamarono in un unico fronte politico dando vita a quei “Fasci d’azione rivoluzionaria” che certamente rappresentarono l’“embrione” primitivo del futuro movimento fascista.
La nascita del neogiornale “Il Popolo d’Italia” fu del resto salutata ad alte grida, da molti altri intellettuali d’area, fino allora non certo vicini alle posizioni del futuro Duce.
Su “La Voce” per esempio Giuseppe Prezzolini (che in futuro sarà uno fra i primi biografi del Duce); commentò così l’uscita del quotidiano mussoliniano: “Politica, azione: ma si fanno meglio altrove.
Ora c’è Il Popolo. E io sono a Roma per aiutare Mussolini. Sapete che è un uomo? Ha fatto un quotidiano in una settimana. Tutti gli uomini tecnici sono meravigliati, perché non sanno cosa è un uomo. Sanno soltanto che cosa è un uomo tecnico.
Dunque, parola d’ordine: Con Mussolini!”.
Novembre 1914 a Milano le quattro pagine de “Il Popolo d'Italia”, titolo che riecheggiava quello mazziniano “Italia del Popolo”, con sottotitolo "Quotidiano Socialista".
Il giornale muterà in seguito testata nel ‘18 in “Quotidiano dei combattenti e dei produttori”, per poi ricambiare infine attraverso la semplice dicitura: “Fondatore Benito Mussolini”.
Il luogo della Redazione e Direzione, chiamato anche "il covo" per il fatto che ospitava nelle cantine dello stabile un nutrito gruppo di Arditi legati a Mussolini che proteggevano il giornale da attacchi politici nemici, fu ubicato a Milano in Via Paolo da Cannobbio 35, una strettoia dietro piazza del Duomo.
Così Silvio Bertoldi nel suo libro “Camicia Nera” descriveva il posto: «Una strada corta, il caseggiato fatiscente. Un cortiletto portava all'ingresso del giornale e a due scale, una esterna e una interna, per salire al primo piano... Il sotterraneo serviva da bivacco per gli Arditi che fungevano da guardia del corpo del direttore."
Ed ancora... "Nell'antro del Covo la redazione del "Popolo d'Italia" era distribuita su due piani. Al terreno stavano l'amministrazione, gli sportelli degli abbonamenti e della pubblicità, la spedizione, l'archivio e l'ufficio di Arnaldo, il fratello di Benito, che era l'amministratore. Al primo piano, la stanza del redattore capo, quella della redazione, quella in uso all'Associazione Nazionale Arditi, una sala di attesa e lo studio di Mussolini d'angolo... Alle pareti, alcuni cartelli con beffarde massime di comportamento professionale, quali: 'Chi impegna cinque parole per dire quanto è possibile con una parola sola, è un uomo capace di qualunque azione.'. O come:' Chi non sa tacere mentre il compagno lavora dimostra di non saper compiangere la sventura altrui.' C'era un certo umorismo in quelle frasi e se fossero di Mussolini farebbero sospettare in lui una capacità d'essere spiritoso sempre ignorata. La provava, invece, un famoso invito rivolto ai colleghi che, evidentemente, non brillavano per l'assiduità in ufficio:' I signori redattori sono pregati di non andarsene prima di essere venuti.' E questa era sicuramente di mano sua.
Nel periodo in cui Mussolini partì volontario per il fronte la redazione passò nelle mani del fratello Arnaldo, salvo poi ritornare nelle mani del suo fondatore quando ferito da una granata nel 1917 Mussolini tornò a Milano in convalescenza.
Fra le sue migliori firme del periodo interventista spiccano i nomi dei molti già citati collaboratori come Angelo Olivieri Olivetti, Filippo Corridoni (caduto in guerra), Ottavio Dinale, il caporedattore Michele Bianchi (futuro
quadrunviro della Marcia su Roma), Nicola Bonservizi (futuro corrispondente all’estero del giornale e barbaramente ucciso in Francia da fuoriusciti antifascisti), Alceste de Ambris, Massimo Rocca, e poi ancora Giovanni Papini, Gabriele D’Annunzio, Enrico Corradini, Marinetti ecc…
Costoro, di varia estrazione politica (portando ognuno la propria pietra al cantiere) contribuiranno ad “infiammare” con successo l’animo, e l’attività redazionale del giornale lanciando slogan in favore dell’entrata in guerra contro gli imperi centrali, e la riconquista delle terre irredente.
A contribuire invece materialmente alla vita del giornale fu fra gli altri Filippo Naldi già direttore de “Il Resto del Carlino” e simpatizzante della testata mussoliniana.
Ma soltanto con il passare del tempo durante gli anni del primo conflitto mondiale “Il Popolo d’Italia” divenne l’organo più importante dell’interventismo democratico e rivoluzionario come si capisce da questo accenno pubblicato sul giornale: “Con noi sono: non solo i socialisti interventisti usciti dal Partito Socialista, ma anche molti dei socialisti che erano vissuti sino allora ai margini del partito Socialista in posizione critica, i sindacalisti rivoluzionari corridoniani e deambristi, gli anarchici interventisti, parecchi riformisti e repubblicani nonché buona parte dei ‘vociani’ e degli ‘unitari’ e delle altre èlites culturali che si erano pronunciate per l’intervento” Una percentuale sicuramente non sottovalutabile di questi al termine della guerra vittoriosa andrà a forgiare con Benito Mussolini attraverso la storica adunata di Piazza San Sepolcro il nascente movimento fascista (sorto e sviluppatosi su istanze profondamente socialiste e nazionali).
Negli anni di regime come in quelli “ante-marcia” “Il Popolo d’Italia” rappresentò in se la voce principale della Rivoluzione Fascista. Dal “programma di sansepolcro”, alla “Marcia su Roma”, alla fondazione dell’Impero, alla dichiarazione di guerra contro le “plutocrazie occidentali” del giugno ‘40, proseguì con coerenza lo stesso messaggio politico lanciato nel lontano e radioso novembre 1914 quando vide luce per la prima volta, come grido di battaglia di un pugno di Uomini Liberi.
Dal 22 dicembre 1930 sotto denominazione dello stesso Mussolini, resterà redattore del giornale Giorgio Pini facendo de “Il Popolo d’Italia” (grazie anche all’aiuto di Berto Ricci) un quotidiano capace di dare ai lettori non soltanto un indirizzo politico, ma anche un impronta della vita quotidiana del Paese.
Giorgio Pini manterrà quell’incarico fino alla conclusiva soppressione regia del giornale, venuta a seguito del Colpo di Stato “badogliano” del 25 luglio 1943 che portò all’arresto di Mussolini, e alla caduta del regime.
L’ultimo atto del giornale infatti si consumerà nella notte fra il 25 e il 26 luglio.
L’edizione di lunedì 26 luglio 1943 del quotidiano sarà gia impaginata per la stampa quando gruppi di manifestanti facinorosi penetrati nel palazzo della nuova sede redazionale ne impediranno l’uscita.
Con la nascita della Repubblica Sociale Italiana, Mussolini decide la non riapertura del giornale con queste stupende parole piene di amore e di onore che voglio riportare: “Io posso e debbo sacrificarmi in questa situazione tragica, ma il mio giornale no! Per trent’anni è stato una bandiera, e le bandiere possono sventolare soltanto libere.”
A seguito della catastrofe del secondo conflitto mondiale, con l’occupazione perenne dell’Italia e tutte le sue conseguenze, il glorioso quotidiano fondato da Mussolini fu etichettato e racchiuso fra le pagine della cronaca nera, vietandone assolutamente la ripubblicazione.
Soltanto dopo lunghe battaglie legali, e dopo aver abbattuto non pochi ostacoli giuridici, “Il Popolo d’Italia” rivede luce dal 1998 sottoforma di mensile, grazie all’impegno e alla volontà del camerata Giuseppe Martorana (attuale segretario del movimento Nuovo Ordine Nazionale) che in questa occasione tengo a porgergli i miei più sinceri elogi.
Così oggi a ben novantacinque anni dalla sua nascita, e ad oltre un decennio dalla sua riapertura naturale, noi cogliamo l’occasione per rilanciare dalle pagine de “Il Popolo d’Italia” la stessa battaglia politica inaugurata nel lontano ’14 da parte di nostri padri spirituali, in quella radiosa vigilia del rombo dei cannoni.
Continueremo a far sventolare questa “bandiera libera” così come il nostro maestro ci ha insegnato; per la riscossa della Patria, per l’onore e per l’idea.
Noi manterremo per sempre il nostro impegno, fieri del nostro passato, fiduciosi per l’avvenire.
Buon compleanno, ed auguri “POPOLO D’ITALIA”.

Giacomo Ciarcia

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Lictor


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